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Ti porto io a Santiago

È uscito “Ti porto io”, un film che racconta l’epico viaggio di 800 km tra due amici, uno dei quali in sedia a rotelle, lungo il Cammino di Santiago de Compostela. Questo racconto è un documentario ma anche una storia di amicizia, coraggio e dignità, che dimostra come insieme possiamo diventare più forti. La pellicola è distribuita in Italia da Mescalito film.

Mercoledì 17 ottobre AISLA ha organizzato la presentazione del film al Cinema Araceli di Vicenza. Ospite della serata Damiano Zampieri, presidente di UILDM Padova, che ha raccontato la sua esperienza, analoga a quella del protagonista del film. Damiano ha una disabilità neurmuscolare, e nel 2001 ha percorso gli ultimi 300 km del Cammino partendo da Astorga assieme a un gruppo di amici. Un tratto complesso perché su strade di montagna.

Come hai trovato questo film?

«Molto bello, toccante. È la storia di un’amicizia tanto dolce quanto forte tra due amici d’infanzia che, dopo una diagnosi di malattia progressiva infausta, diventano ancora più vicini. Il viaggio cambierà le scelte di vita che intraprenderanno».

Com’è nata l’idea di fare il Cammino di Santiago?

«L’idea è partita da un mio amico un po’ testardo che mi ha convinto a provare questa esperienza. Inizialmente ero titubante perché sono freddoloso e abbastanza timoroso per il fisico che ho: alla fine mi sono lasciato andare perché si è creato un gruppo di dieci persone che si sono legate da un forte spirito di squadra. Ci siamo sostenuti a vicenda. Sono passati diversi anni ma questo resterà il più bel viaggio della mia vita». 

Come hai organizzato questa avventura?

«C’è stata una preparazione di mesi e mesi per vivere questa esperienza. Ho acquistato un carrellino da attaccare alla bicicletta del mio amico e l’ho fatto modificare da un fabbro: volevamo la certezza che questa soluzione potesse permettermi di viaggiare in sicurezza. La domenica prima di partire abbiamo provato a testare il carrettino al Parco Sigurtà di Valeggio sul Mincio e sono caduto, finendo al pronto soccorso per qualche punto di sutura su un sopracciglio. Questa imprevisto ci è servito per usare la prudenza necessaria».

Cos’ha rappresentato la scelta di questo mezzo?

«L’idea di viaggiare in bici ci ha permesso di assaporare la bellezza della lentezza e ci ha fatto scoprire un mondo nuovo. Il panorama viene contemplato con serenità, ogni metro rimane impresso negli occhi e nella mente. Finché si chiacchiera, la natura ti sorprende».

Come hai vissuto questo viaggio?

«Si tratta di un viaggio che in genere compiono le persone credenti per motivi religiosi. All’interno di quel gruppo ero l’unico credente, ma è stata un’esperienza eccezionale per tutti. Durante questi giorni si condivide tutto: la stanchezza, la fatica, la preoccupazione, gli imprevisti, ma anche gli incontri straordinari e la meraviglia del paesaggio. Abbiamo alloggiato in luoghi di fortuna trovati lungo il percorso, tra i quali un garage con tanto di topi. Ci si deve adattare molto: all’acqua fredda, alle soluzioni spartane, all’assenza di servizi.

Come avete affrontato gli imprevisti?

«Il vero segreto per compiere questa avventura è l’affiatamento del gruppo. Se ci si sostiene a vicenda si supera qualsiasi difficoltà. Ovviamente si deve partire con la giusta predisposizione, consapevoli che durante il tragitto si troverà qualche ostacolo. Sono state diversi gli imprevisti sul nostro percorso: un giorno ho preso una storta al piede, un’altra volta, attraversando un pascolo, mi sono riempito di sterco delle mucche. Inoltre molto spesso il sudore di chi pedalava davanti a me mi arrivava addosso, soprattutto in salita. Si deve comunque andare avanti. Ci vuole pazienza, adattamento e il giusto spirito di squadra».

Cosa ti è rimasto?

«Gli incontri sono stati certamente significativi: durante il percorso ho conosciuto molte persone interessanti. Ricordo in modo particolare un filosofo che veniva della Slovenia e una persona che aveva fatto un voto e camminava da un paio d’anni per arrivare a Santiago, a Roma e a Gerusalemme senza un soldo. Dove si fermava prestava il proprio lavoro».

E arrivati a Santiago che emozione avete provato?

«Come nei sogni… è bella l’attesa per conseguirli! L’arrivo è stato il momento più deludente del percorso perché ti coglie un’improvvisa malinconia, oltre alla stanchezza accumulata. Ci si rende conto proprio in quel momento che il vero traguardo è il viaggio, la condivisione, non l’arrivo».

(v.b.)

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