Tomirotti

Raccontare la disabilità secondo Valentina Tomirotti

Valentina Tomirotti ha vinto il 1° premio AutoScout24 Bomprezzi con l’articolo “I disabili e il viaggio. Quando il turismo diventa inaccessibile”, pubblicato su la Repubblica. La giuria lo ha premiato sia per la scrittura, fluida e completa, sia per la visione che viene data del turismo accessibile. La giornalista infatti ha esplorato il tema da più punti di vista (culturale, politico, esperienziale e come opportunità economica), per far emergere che il turismo per le persone con disabilità non riguarda la sola accessibilità dei luoghi.

 

Valentina, raccontaci di questo articolo e come ti sei sentita a ricevere il Premio Bomprezzi.

Era estate, nel pieno del movimento turistico e faceva parte di una serie di articoli, di una rubrica proposta da la Repubblica, non solo sulla disabilità. Volevo un tema da cui il lettore si sentisse catturato, in cui si potesse immedesimare ed avere così la sua attenzione. Arriviamo comunque da una pandemia e quindi sfruttando quest’onda ho voluto dare luce a questa riflessione: perché, dal momento che siamo in ripresa e lavorare, non pensiamo a migliorare la situazione del turismo accessibile? In Italia c’è ancora molta titubanza sull’argomento, molti stereotipi che lo fanno percepire solo come una somma di problemi invece che di opportunità. Ricevere il Premio Bomprezzi ha voluto dire che magari sono riuscita ad uscire dalla solita narrazione della disabilità, del poverino, della pietà, dell’eroismo. Tutto quello a cui ci abituano i media ogni giorno.

 

Ti occupi di turismo accessibile da molti anni ormai. Quali cambiamenti hai notato?

Una fetta di mercato ha recepito la “chiamata alla armi” e che spesso il gioco vale la candela, ossia che con piccoli accorgimenti allargano il proprio target. Spesso basta parlare con qualcuno di competente, rispettando ovviamente le regole, e ad esempio comprare una pedana o mettere un campanello in più. Ricordiamo poi che la “regola” ha 40 anni, perché l’abbassamento delle barriere architettoniche a livello nazionale risale agli anni ’80. Quello che bisogna far sapere è che non occorre distruggere il proprio mondo per essere migliori. Non sto dicendo che per tutte le strutture sia facile, ma ci sono ampi margini per fare qualcosa di più.

 

Il cambiamento portato dai canali social quanto ha inciso sul modo di viaggiare per chi ha una disabilità?

Allargo lo sguardo non solo al viaggio ma al racconto complessivo della disabilità, punto che riguarda molto anche le associazioni. Faccio un esempio: perché negli stabilimenti balneari accessibili si creano ghetti, invece di mescolare le postazioni delle persone con disabilità in mezzo alle altre? Sì, i bisogni di alcune malattie sono molto importanti ma perché isolare? Perché alienare più di quello che già fa la malattia? Siamo animali sociali.

 

Che viaggiatrice eri e che viaggiatrice sei oggi?

Lavorando nel mondo della comunicazione da più punti di vista, cambio spesso punto di vista. Questo mi ha allenato a cambiare visuale anche sulla vita. Prima ero una viaggiatrice che si accontentava. Beh, mi aiutano, beh ci mettono una pezza…quando però ho acquisito cultura sul tema del turismo accessibile, sono diventata più consapevole dei miei diritti. Un/a turista con disabilità paga come chiunque altro. E spesso paga di più perché accompagnato, altro punto che gli addetti ai lavori ignorano. Vedono solo il problema perché il racconto che viene fatto dai media – e spesso dalle stesse persone con disabilità – è sempre questo: siamo portatori di problemi. Famiglia, società, politica fanno tanto. Io vengo da una famiglia che mi ha lanciata nel mondo, in un’epoca in cui pochi lo erano.

Quello che vorrei è che le persone potessero scegliere guardando dalle esperienze altrui senza “caricarle”. Io, ad esempio, ho preso la patente solo pochi anni fa perché ho scoperto che un’amica con una situazione simile alla mia l’aveva ottenuta. Non ho pensato: wow, che eroina! Ho visto semplicemente che quello che aveva fatto poteva servire anche a me. Vuoi provare? Ok! Non vuoi? Va bene lo stesso, purché si smetta di idolatrare chi ha una disabilità per le proprie scelte di vita.

Io sono soprattutto un’attivista, cerco di aprire porte anche per altri. Anche la quotidianità è un viaggio.

 

Perché viaggiare crea inclusione?

Perché usa come motore la cultura, e nel racconto vai a toccare gli altri e in questo modo ti faccio diventare parte delle mie esperienze.

 

di Chiara Santato

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