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Oltre i confini con coraggio

Il viaggio di Renata e Max continua tra il Messico e gli Stati Uniti. Il racconto di oggi ci parla di comunità, di famiglia, di coraggio e di paura, e di gratitudine.

4° GIORNO Ajo – Nogales. LA TRIBÙ
Viaggiare senza tappe fisse riserva spesso sorprese inaspettate, che danno nuovi significati al viaggio che si sta facendo. Lungo la strada Renata e Max incontrano una chiesetta bianca e un gruppo di case di legno. È una riserva di nativi americani. Si fermano e un gruppo di persone viene loro incontro.

Si fa avanti John, due figli e quattro nipotine. Timidamente Renata gli chiede a quale tribù appartiene. «Ho un po’ di imbarazzo perché il termine tribù non mi sembra bello. Mi fa pensare ad un ghetto».
John invece risponde con orgoglio: «Sono della tribù degli OPI». Ce l’ha scritto anche sulla maglietta. E pone la stessa domanda a Renata. «Io non appartengo a nessuna tribù», risponde. «Come nessuna tribù – dice – ma da dove vieni?» «Dall’Italia – dice lei- ma in Italia non ci sono tribù». «Beh, allora sei della tribù italiana» ribatte lui. «Hai ragione, sono della tribù italiana».
In questo incontro tribù assume un senso nuovo. Non più separazione o ghettizzazione, ma comunità, famiglia, condivisione, rispetto.

John è in visita, la riserva è abitata da Tohono O’odahm, che significa Gente del deserto. Anche i Tohono O’odahm si muovevano liberamente nel deserto tra Stati Uniti e Messico. Dagli anni ’80 molti di loro si sono trovati intrappolati in Messico senza la possibilità di dimostrare di essere cittadini americani, dopo che il governo degli USA ha innalzato i controlli e limitato la libertà di movimento.

5° GIORNO Nogales. VOLONTARI
A Nogales Renata e Max hanno appuntamento con l’associazione KINO BORDER INITIATIVE, una delle tante associazioni di volontari attive nella zona che aiutano i migranti.

Incontrano Padre Sean Carroll, un gesuita americano. La loro attività giornaliera è di assistere ai migranti che vengono espulsi dopo essere stati catturati in Arizona.
Ed ecco i volontari.

Sonia viene da Boston. È infermiera e trascorrerà qui una settimana. Con Dorothea prestano assistenza medica a chi ne ha bisogno.
Rick è di Tucson. Racconta che quando i migranti vengono catturati, vengono loro ritirati tutti gli effetti personali e il denaro. Al momento dell’espulsione tutto viene riconsegnato, ma al posto dei soldi ricevono un assegno che non possono incassare. Rick con la sua associazione  si occupa di cambiare gli assegni, restituendo loro il contante.

Tra i volontari ci sono alcuni avvocati, che raccolgono denunce per molestie e soprusi o mettono a disposizione un telefono per telefonate gratuite. Raccontano che per strada capita che alcune persone offrano il loro telefono perché i migranti si mettano in contatto con le famiglie. Non bisogna mai fidarsi di loro. Il rischio è che una volta memorizzato il numero dei famigliari, li sequestrino e chiedano un riscatto.

Sono tanti i pericoli per questi migranti. «Alcuni di loro accettano di tornare a casa – racconta Renata – e per la maggior parte, questo rappresenta un punto di ripartenza». Come nel caso di Hector.
Hector è un imbianchino, viveva da 23 anni a Phoenix con moglie e due bambini. È stato espulso e rimandato in Messico. Riproverà a rientrare negli Stati Uniti attraverso il deserto. Il passaggio gli costerà 4.500 dollari. È pericoloso ma deve tornare per la moglie e i figli.

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