Nuovi orizzonti e opportunità nella terapia della Duchenne

La Distrofia muscolare di Duchenne (DMD) è una malattia degenerativa causata da mutazioni nel gene DMD che altera la produzione della distrofina. Sebbene la ricerca scientifica abbia offerto negli anni una serie di nuove opportunità per combattere la malattia, gli strumenti capaci di “guarire” il gene o di renderlo più forte restano ancora limitati ed è tuttora possibile immaginare una sperimentazione clinica di cui possano beneficiare solo una parte dei ragazzi con DMD. Per superare i limiti delle metodologie attuali – dovuti anche alle enormi dimensioni del gene della distrofina, il più grande che si conosca – ed offrire possibilità più ampie di studio e di terapia nella DMD, si devono adottare strumenti innovativi che nascono dalla più moderna ricerca di laboratorio.

Due recentissime informazioni ritrovate nella letteratura scientifica vanno esattamente in quella direzione. E’ di qualche giorno fa la notizia che ricercatori americani del Centro di Ingegneria Biomedica dell’Università Duke (Durham, Carolina del Nord, Stati Uniti) sono riusciti a ricreare in laboratorio delle colture muscolari in 3D (tre dimensioni spaziali).
Tali strutture (definite myobundle, ossia fasci muscolari) presentano le stesse capacità contrattili e una simile efficacia di risposta a vari stimoli elettrici e farmacologici del muscolo umano, e sono un esempio di come una coltivazione di fibre muscolari allestite in laboratorio possa rappresentare un modello per studiare la risposta alle varie mutazioni genetiche che causano la malattia muscolare o, ancora più importante, l’eventuale efficacia terapeutica di possibili farmaci.
In linea teorica, la strategia 3D potrebbe essere anche uno strumento per personalizzare le cure genetiche, sempre che le verifiche in laboratorio (già iniziate) siano incoraggianti.

Quasi in contemporanea, ricercatori giapponesi dell’Università di Kyoto, assieme a colleghi americani, hanno sviluppato una modalità di “correzione microchirurgica” del gene della distrofina utilizzando cellule della pelle dei pazienti, trasformandole in cellule totipotenti (cellule staminali in grado di dare vita a un intero organismo e ad alcuni tessuti esterni necessari al suo sviluppo), ed utilizzando un “bisturi molecolare” basato su una guida specifica che deriva dai batteri (sistema CRISPR), per correggere il gene malato solo dove necessario.
La fase successiva degli esperimenti nel laboratorio di Kyoto ha permesso ai ricercatori di indirizzare le cellule totipotenti corrette a formare cellule muscolari, e poi ha permesso agli stessi di verificare che la correzione permetteva la produzione della distrofina corretta, senza apparentemente alterare altri geni.

Sebbene per entrambe le nuove modalità di studio le ricadute sui pazienti siano ancora lontane e ci sia necessità di attenta verifica sulla riproducibilità e sicurezza dei nuovi usi terapeutici offerti da queste metodologie, le recenti ricerche aprono nuovi orizzonti e nuove opportunità per la terapia della DMD.

Filippo Maria Santorelli – Vicepresidente Commissione Medico-Scientifica UILDM
Direttore Unità Operativa Complessa di Medicina Molecolare per le Malattie Neurodegenerative e Neurogenetiche
IRCCS Fondazione Stella Maris, Calabrone (Pisa)

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