a cura di Crizia Narduzzo
Difficoltà in tutti gli ambiti della vita quotidiana, diffidenza verso le associazioni, percorsi lunghi e difficili: sono alcuni dei risultati di una ricerca riguardante il rapporto tra l’omosessualità e la disabilità
Si intitola Abili di cuore/Omo-disabilità: quale rapporto tra omosessualità e disabilità? ed è una ricerca promossa da Arcigay, con il sostegno del Centro Bolognese di Terapia Familiare (CBTF), del Centro Documentazione Handicap di Bologna e dell’Associazione Handygay di Roma.
La coordinatrice operativa ne è Priscilla Berardi, medico che a breve concluderà la specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale.
L’idea di realizzare questa indagine nasce da una serie di eventi significativi degli anni scorsi, tra cui la nascita di associazioni di persone gay con disabilità, di siti e forum per discutere delle difficoltà che queste affrontano tutti i giorni. In particolare all’interno del Forum 17 giugno (presentato anche in DM 157), persone omosessuali, eterosessuali, disabili e non, si “incontrano” quotidianamente, confrontandosi sull’omosessualità, la disabilità, l’affettività e sulle proprie storie personali, sulla politica, la società. «Un dialogo fondamentale - secondo Priscilla Berardi - per creare una rete tra persone che vivono distanti tra loro e far emergere opinioni, ma anche come fonte di sostegno reciproco tra individui che vivono situazioni simili, su livelli distinti».
Per quanto riguarda Abili di cuore, «si tratta - come spiega la coordinatrice - di un’indagine sociale di tipo qualitativo, realizzata a livello nazionale con un campione autoselezionato e quindi statisticamente non rappresentativo». Quattro i contesti di vita approfonditi: socio-sanitario; familiare, sociale e personale; associativo e comunitario; affettivo-sessuale e di coppia. «Come strumento di raccolta dati è stata scelta l’intervista semistrutturata (video, audio, via chat, e-mail o tramite scritti personali). Il campione era di 25 persone, 22 uomini e 3 donne tra i 24 e i 60 anni, con titolo di studio medio-alto e disabilità principalmente fisiche, ma anche sensoriali, provenienti da tutte la macroaree geografiche italiane».
«Innanzitutto - continua Berardi - è emerso che la compresenza di omosessualità e disabilità impone difficoltà pratiche e relazionali in tutti gli ambiti della vita quotidiana. In particolare, il rapporto con la famiglia influenza fortemente l’autonomia e l’accettazione di sé. Inoltre, la maggior parte delle persone ha lamentato discriminazione, disinteresse e distacco a causa della disabilità da parte del mondo omosessuale e viceversa. In pochissimi casi, poi, il coming-out (“uscire allo scoperto”) è avvenuto in modo esplicito in tutti gli ambiti della vita, poiché le sofferenze già provate dalle famiglie a causa della disabilità e la dipendenza fisica ed economica frenano i più dal dichiararsi.
E ancora, alcuni intervistati hanno dovuto affrontare un doppio coming-out: dell’omosessualità e della disabilità - quando questa non sia evidente - scontrandosi con un duplice atteggiamento di rifiuto. Per chi dipende dagli altri e manca di autonomia che consenta di cercare compagnie alternative, rendersi visibili è una strada travagliata per la paura di essere abbandonati, non più amati o di subire vessazioni nel lavoro.
A limitare le possibilità di vivere la propria sessualità, poi, ci sono difficoltà a relazionarsi a causa di particolari tipi di disabilità o a frequentare luoghi di ritrovo, per mancanza di autonomia. Infine, la ricerca di partner affettivi e sessuali è spesso fonte di delusione e frustrazione per il rifiuto nei confronti della disabilità, anche se vi sono casi in cui l’intervistato vive o ha vissuto esperienze di coppia, affettive e sessuali soddisfacenti». Da segnalare, in questo senso, che sembrano essere le donne quelle meno limitate dalla disabilità nella ricerca di una partner.
Poco frequentate e sottoposte per lo più a critiche le associazioni, sia quelle omosessuali che quelle che si occupano di disabilità: le prime perché ritenute “poco supportive”, le seconde in quanto “poco sensibili” nei confronti della sessualità. Secondo Berardi sono quindi «le risorse personali, familiari e amicali, l’appoggio dei servizi, l’uso di internet e delle chat, quello dei media per sensibilizzare, ad aver consentito a un certo numero di intervistati di superare ostacoli e discriminazioni e di crearsi una vita soddisfacente. Talvolta è proprio l’accettazione da parte della persona gay disabile di una delle due componenti identitarie a favorire l’accettazione dell’altra. Infatti, anche se il contesto sociale e familiare di crescita influenza fortemente lo sviluppo delle risorse personali, è il percorso interiore di accettazione di sé in quanto disabili e in quanto omosessuali che impone ritmi, tempi e coraggio. Un percorso la cui lunghezza è soggettiva, l’esito mai certo e che può essere enormemente aiutato dal supporto esterno».
«I forum, però, non bastano per consolidare i legami e permettere di realizzare delle cose insieme», conclude Berardi. «Circa un anno fa, quindi, si è svolto a Bologna un primo incontro, seguito da altri due, cui hanno partecipato una trentina di persone tra operatori dell’équipe, intervistatori, intervistati e operatori sociali. Un quarto incontro è ormai imminente a Roma. Infatti, man mano che il gruppo degli “Abili di cuore” si arricchisce di nuovi partecipanti, cresce anche il desiderio di diventare indipendenti nel compiere micro e macro-realizzazioni e nel farsi conoscere.
L’auspicio è che gli incontri futuri e i progetti che il gruppo intende realizzare in occasione del Gay Pride del giugno prossimo a Bologna - rispetto al quale stiamo lavorando a favore dell’accessibilità - possano dare una forte spinta in avanti verso il rafforzamento. Personalmente, fornisco una consulenza esterna al gruppo, facendo da filtro e da primo supporto psicologico verso chi continua a contattare il numero telefonico e l’e-mail aperti per la ricerca e ancora attivi (348/5167091, omodisabili@libero.it). Come gruppo, invece, siamo stati contattati da riviste, operatori sociali, psicologi, attori di teatro sociale e l’impressione è che si stia iniziando a riflettere su questi temi, che le persone si interroghino su di essi e ne parlino».